martedì 18 marzo 2014

L'intervista al cantautore Federico Cimini

Il cantautore calabrese intervistato da Marianna Alvarenz

Direttamente dalla sua stanza a Bologna, una chiamata via skype di un’ora con Federico Cimini, che subito si presenta con sorriso e voce pacata. C’è una certa gentilezza di vecchia scuola nei suoi modi di fare, ma ciò che più mi colpisce è il sorriso killer. Forse perché è cosi “avvicinabile” anche con una blogger per passione e non di certo per lavoro, come me. Quando lo ringrazio per l’opportunità concessami, ribatte “Ma io non sono famoso”, e sai che in fondo non è cosi se lo vedi in giro per l’Italia a suonare, protagonista su diversi palchi importanti. La parte del cantautore impegnato socialmente sembra essergli cucita su misura. Ho scelto di intervistarlo perché qualcosa mi legava a lui e a Michele, personaggio centrale dell’intervista e dell’album; ovvero la storia di noi “terroni” che rinchiudiamo in una valigia progetti ambiziosi e speranze. Correggo subito l’etichetta di “terrone”, perché Federico è il primo ad ammettere che in fondo, lo sono un po’ tutti coloro che lasciano i propri luoghi natii alla ricerca di scenari migliori. Ma variabile non secondaria, che ha inciso nella scelta è anche la provenienza da terre a me care e per l’ umiltà che lo rende “uno di noi”.

Federico, raccontami allora de “L’Importanza di chiamarsi Michele”

Michele è la storia di un uomo scappato dal sud perché soffriva la mediocrità dell’ambiente che lo circondava, non se ne sentiva rappresentato, e che ha deciso di andar via con la speranza di trovare una realtà profondamente diversa e più adatta a lui. E’sostanzialmente una mescolanza di diverse storie, di cui Michele è l’alter ego di tutti i personaggi, una maschera che viene indossata dal narratore per filtrare la realtà. E’ di li che tutto l’album si articola sotto forma di monologo, che si rivolge a chi lo circonda ponendogli interrogativi, così da coinvolgerlo direttamente nella vicenda. Il titolo che richiama l’”Ernest” di Wilde, è la chiave di lettura di tutto l’album. Nel suo tentativo di “evadere”, Michele è il forestiero della vita, personaggio realmente esistito tra l’altro, che quando lo incontro ha ormai settant’anni, un individuo che si mette in gioco e non smette di farlo; un uomo che s’accorge che lo scenario che l’ha accolto, non è cosi poi lontano da quello che gli faceva da sfondo in Italia: disoccupazione, aspettative disilluse, essere e avere, nord e sud, promesse dimenticate. Il protagonista diventa un po’ l’eroe in cui vorremmo rincarnarci nel momento in cui prendiamo consapevolezza del marcio e della staticità che ci circonda, e ci decidiamo di voler dare una spinta al cambiamento; nonostante ora come ora, qualsiasi paese non offre più quello che desideriamo.

Un album che ti impegna socialmente, musica che diventa strumento di denuncia sociale

Si, ovviamente sempre celata sempre dietro l’ironia dei personaggi. Voglio inviare un messaggio patriottico. Un album che prende voce su tutto: omosessualità, contrasti tra nord e sud, caste, guerre, disoccupazione e sogni interrotti e che vuol fungere da veicolo alla “smossa” che dobbiamo darci, perché dobbiamo interessarci un po’ di più ai nostri problemi.

Un album tanto orecchiabile, quanto forte. E l’esperienza di Federico a Bologna (città in cui vive), è stata più facile di quella di Michele?

A Bologna ci vivo bene, e mi ha dato anche quest’ opportunità nelle mie scelte musicali. Il viaggio dal sud al nord mi ha permesso ancora di più di apprezzare la mia terra e mi ha fatto sentire ancora più “italiano”, un cittadino di tutte le regioni, anche grazie a questo tour partito dalla Calabria e che mi sta portando per tutta Italia.

La domanda che segue mi è stata servita su di un piatto d’argento, leggendo un post in bacheca di Fabio Nirta qualche minuto prima dell’intervista- “cmq non l'avevo ancora scritto pubblicamente perchè lo ritengo abbastanza ovvio. come dico da tempo, tutti questi artisti della scena neo cantautorale, come Dente, Brunori, Carnesi, Colapesce, Mannarino, Cani, Triangolo, Paletti, etc etc son figli naturali di Battisti, Baglioni, Dalla e De Gregori, etc e non dei Fugazi e meritano San Remo e non i festivalini indie…” Come la commenti?

Il suo è un discorso giusto e che non mi piace molto l’etichetta “indie”, ma preferisco “indipendente”, perché oramai in Italia, l’”indie” s è affermato come un genere cosi sperimentale di cui non se n è capito neppure il significato, ma da cui preferisco prenderne di sicuro le distanze. Non disprezzo ne i palchi grandi, ne quelli minori dove mi esibisco sempre con lo stesso orgoglio. Ma la questione rimane sempre la battaglia tra le grandi major che detengono il potere discografico e chi si riesce ad auto produrre anche con il crowdfunding, come è accaduto per me.

L’ultima domanda, –se hai a portata di mano una chitarra, mi faresti ascoltare un minuto di “Ti amo Terrone”?.... Probabilmente l’avrò preso in contropiede, anche per i complimenti sul video girato con 30° a Milano quest’estate, ma Federico si lascia andare alla mia sfacciata richiesta e mi appronta in quasi due minuti un concerto face-to face.

By Marianna Alvarenz



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